Nosce te ipsum (parte seconda)

34E65006-A77D-45BF-833E-1C6A1D61A4F7

Bisogna ammettere che nemmeno la conoscenza più approfondita di noi stessi ci rende esenti da sbagli, ci impedisce di commettere gli stessi errori, ci tiene lontano automaticamente dai meccanismi intorno ai quali abbiamo plasmato tutta un’esistenza.

Questa premessa iniziale sembrerebbe dunque smentire tutto ciò che è stato detto in precedenza, sembrerebbe negare ogni validità alla conoscenza di sé.

“Se rischio di farmi nuovamente male, perché dovrei perdere tempo a leggermi dentro?”

Prendere confidenza con ciò che abita dentro di noi non è mai tempo perso.

Come sempre dipende tutto da noi, dal criterio che adottiamo.

Noi siamo il risultato di una serie di interazioni, sulle quali si è plasmata la nostra intera esistenza. La psicologia ci insegna che i modelli di accudimento che abbiamo sperimentato fin da piccolissimi hanno creato nella nostra personalità un’impronta che resta praticamente indelebile. Non siamo di fronte ad una sorta di meccanicismo applicato alla psicologia, ma è certo che se ci siamo modellati intorno a certi schemi è con quelli che ci rapporteremo sempre.

Parte delle reazioni è legata al singolo individuo, ma è chiaro che chi, ad esempio, si sia trovato di fronte ad una madre disconfermante, passerà buona parte della sua vita a tentare di rispecchiarsi nell’altro, a cercare di essere accettato e siccome, a volte, pur di essere accettati, ci pieghiamo a qualsiasi compromesso, questo meccanismo genera in noi sofferenza, genera uno spreco di energia tale che non riusciamo a trovarne altra per riflettere lucidamente su quanto stiamo facendo. Trascorriamo, cioè, buona parte della nostra esistenza nella dissipazione di noi stessi, senza comprendere che senza un briciolo di amore per noi stessi, senza questa premessa forte, non ci potrà essere rapporto umano in grado di riempire quel vuoto. È ingiusto addossare ad altri un compito che è soprattutto nostro: volerci bene.

Il resto sembrerebbe essere una conseguenza.

 

Cambiare certi meccanismi interni distorti è molto difficile, ma non impossibile, anche se molto spesso ci si ritrova a compiere salti indietro e a “tornare sul luogo del delitto”.

Un aspetto, a mio avviso, è rilevante: chi abbia appreso a guardare bene dentro di sé, a conoscere i meccanismi che regolano le sue reazioni emotive, molto difficilmente si abbandonerà agli autoinganni.

Molto difficilmente si racconterà frottole.

Annunci

Nosce te ipsum

BF4181DD-1E16-4387-83E7-BD513BF753A0

Alcuni rapporti umani – d’amore, ma anche di amicizia – si incagliano irrimediabilmente, davanti ad una pretesa emotiva che ha dell’assurdo: voler cambiare l’altro, in base all’assunto che c’è qualcosa in lui che impedisce un rapporto armonioso e soddisfacente con noi.

Quasi che noi fossimo il “ metron”, l’unità di misura che stabilisce ciò che rientra nel criterio – ed è accettabile – e ciò che rimane fuori.

Non è un modo di dire venuto fuori dall’incarto di un cioccolatino, affermare che ognuno di noi è un microcosmo e che il processo che ci ha portato ad essere in un certo modo è – in sé – un “unicum”, che andrebbe per prima cosa conosciuto e poi rispettato.

Non intendo dire che ogni persona è una monade, né che siano da accettare in modo acritico tutti i comportamenti individuali, né che la struttura di ognuno di noi non possa di volta in volta adattarsi, per poter stare insieme agli altri in modo gratificante.

Dico che tale gratificazione deve procurare soddisfazione a tutti gli attori in gioco: è assolutamente ingiusto che si debba rinunciare ad una parte di sé in modo permanente, perché c’è un altro che ce lo chiede, magari pretendendolo, tramite un assurdo ricatto affettivo.

Quando poi si crea un aggancio tra una personalità fragile ed insicura ed un’altra, ugualmente fragile, ma aggressiva ed infiltrante, è molto difficile riuscire a districarsi onorevolmente. In che modo se ne può uscire?

Credo sempre più fermamente che la chiave di tutto stia nel conoscere se stessi.

Si tratta di un passaggio fondamentale. Nella vita di ognuno di noi, a trenta, come a novant’anni.

Se si arriva a conoscere nel profondo la propria personalità, si riuscirà anche a capire quali sono le parti di noi che non accettiamo e che ci disturbano così tanto negli altri.

Chi sfugge a questa forma di conoscenza, infatti, tende a proiettare su chi gli sta vicino aspettative irrealistiche, incolpando amici o amori di insuccessi e frustrazioni, senza che i malcapitati ne siano davvero coscienti o realmente responsabili.

La proiezione altro non è che un fantasma che abita in noi, la cui ombra noi “spostiamo” addosso all’amico, o al compagno di vita, perché per noi è una visione intollerabile.

In questo modo le “colpe” ricadono all’esterno e la nostra sicurezza interiore è a posto.

La persona che agisce in questo modo è tuttavia perennemente scontenta, perché non solo non sempre ha a che fare con persone che si adattano facilmente a subire ricatti di tipo psicologico, ma anche perché, proprio a causa del meccanismo di proiezione,  non ci sarà mai per lei una vera pacificazione interiore rispetto alla frustrazione, perché il problema vive dentro di lei e non appartiene all’altro.

Il tutto tende a perpetuarsi senza soluzione di continuità da un rapporto all’altro, visto che, in questo modo, rotture ed abbandoni sono purtroppo all’ordine del giorno.

Quali possono essere le strade per conoscere meglio noi stessi? Sono molte, in realtà: l’analisi psicologica, lo yoga, la lettura, la meditazione e molte altre, diverse tra loro. Una strada non esclude l’altra.

L’importante è che non ci sia una cosa: la chiusura della mente, il rifiuto che irride, perché questo è di per sé sintomo di una autodifesa che ha già scelto e non è alla ricerca di risposte.

Anche questa – in sé – è una scelta, ma di tipo diverso. La ricerca di sé, la conoscenza di sé, richiede essenzialmente di essere in cerca e di essere umili. La difficoltà di riuscita è tutta qui.

 

L’altro è uno specchio o una lampada?

img_6204

Nella poetica dell’età romantica si generò, ad un certo punto, una piccola diatriba: l’artista era uno specchio, capace di riflettere, ma anche di distorcere, la realtà circostante, oppure era una lampada, in grado di illuminare il cammino, riuscendo a precedere tutti gli altri, magari solo di un passo?

Mi è tornata in mente questa metafora qualche giorno fa, mentre riflettevo sul potere che, talvolta, noi affidiamo agli altri, agli amici, ai compagni, ai genitori, ai fratelli.

Ci raccontiamo a loro, narrando una “fabula”, che spesso non corrisponde alla realtà.

Diamo di noi un’immagine vulnerabile, scadente e quasi volutamente svalutante e poi restiamo negativamente sorpresi nel momento in cui essi esprimono su di noi un giudizio, che altro non è che il risultato delle lenti deformanti che noi stessi abbiamo fatto loro indossare.

Siamo noi stessi, infatti, a trasformarli nei nostri giudici e quando ci riflettiamo in quello specchio, ne ricaviamo un’immagine che non ci piace, che rifiutiamo.

Ed era proprio questo ciò che volevamo ottenere.

In che senso?

Nelle nostre azioni quotidiane, nel dare corpo ai nostri fantasmi, alle paure più profonde, diamo corpo, molto spesso ai giudizi espressi dal Super-Io, quel giudice implacabile che abita le nostre profondità.

Quando ci confidiamo con gli altri, è questa immagine di noi che tendiamo a mostrare agli altri, perché, in questo modo, trasferiamo in loro questo nostro vissuto interiore. Trasformiamo loro in quel giudice venerando e terribile che vive dentro di noi. Questo, però, è profondamente ingiusto ed è anche pericoloso.

Se gli altri diventano il nostro specchio è perché noi li abbiamo trasformati in questo senso. Non possiamo fare a meno del giudizio – che in realtà è il “nostro” giudizio” – e carichiamo chi ci circonda di quest’onere assolutamente gravoso.

L’altro, per noi, dovrebbe trasformarsi in una lampada, non perché debba precederci, ma perché, facendo il cammino al nostro fianco, con la sua lampada, unita alla nostra, sarebbe di grande aiuto per non inciampare troppo.

Teniamo in mente dunque questa cosa, la prossima volta in cui abbiamo voglia di farci del male, parlando male di noi stessi.

Diventare Eleonora Duse

Quando, qualche anno fa, scoppiò il caso delle cosiddette “olgettine”, le ragazze che, a pagamento, si recavano ad Arcore per le cene “eleganti” (resto dell’idea, però, che un imprenditore può fare dei suoi soldi quello che vuole, a patto che non infranga la legge, e non era questo il caso) mi colpirono profondamente alcune interviste fatte in strada a donne che avrebbero potuto essere madri di quelle olgettine. Molte di loro approvavano quei comportamenti: ricevere appartamenti in dono, stipendi elevatissimi, candidature alle regionali e alle comunali poteva valere la pena di una seratina trascorsa a lasciarsi palpeggiare, o altro. Qualcuna disse che si sarebbe sentita orgogliosa di avere una figlia così.

Ecco.

Non voglio generalizzare e nemmeno alleggerire le colpe dei miserabili che approfittano di donne che arrivano nel mondo dello showbiz cariche di aspettative. Resto, però, dell’idea che ci sono altre modalità per farsi strada, per riuscire nella vita. L’arte, in particolare, ha bisogno di studi lunghi e approfonditi, che non prevedono scorciatoie. Non si diventa Eleonora Duse dalla sera alla mattina. Tutto il resto è uno sgambettare vano.

Sentirsi come Bernardo il paguro

54f956c3-bf8e-49a1-a2c7-6e2c678517fa-617-000000cef8e45987_tmp

 

Ho sempre provato una grande simpatia per Bernardo l’Eremita.

Da quando (ero una bambina) mi è capitato di leggere sull’enciclopedia Conoscere le caratteristiche di questo animale, ho pensato che il suo stile di vita poteva essere anche il mio.

Bernardo ha un solo punto debole: il suo ventre molle.

Se vuole sopravvivere deve metterlo al riparo dagli appetiti altrui. Può restare se stesso e sopravvivere, solo chiudendosi in un guscio protettivo.

Certo, sapere di avere il ventre troppo molle per riuscire a resistere agli assalti della vita è una consapevolezza che può mettere addosso spavento.

Ma il nostro Bernardo ha la calma dei forti. Non si fa terrorizzare. Conosce il problema, cerca una soluzione.

La trova.

Come fare, dunque, a sopravvivere, se si può essere divorati dal primo carnivoro in cui ci si imbatte? Se nel ciclo della vita in cui siamo stati paracadutati, abbiamo scoperto di essere vulnerabili e potenzialmente masticabili, allora non ci resta che seguire il suo esempio: dobbiamo dotarci di una corazza.

Bernardo, quatto quatto, cerca una conchiglia vuota, la tasta accuratamente, valuta la capienza e subito ne prende possesso. In questo modo, con il suo guscio, si sarà assicurato per molto tempo la protezione da attacchi indesiderati.

E noi? Noi che abbiamo un ventre molle come il paguro, come possiamo proteggerci dai prepotenti che ci circondano?

Ci sono persone che, rispetto alla vita, si rendono conto di essere a volte alla mercé di tutti, forse perché sentono di non possedere l’aggressività che altri hanno, o forse perché non desiderano essere aggressivi come tanti altri.

Sono esseri gentili e tranquilli.

Gli altri, tuttavia, percepiscono questo modo di essere come un sintomo di debolezza e, di conseguenza, attaccano. Viviamo in una società sempre più competitiva e aggressiva.

In tempi di rabbia accumulata e repressa, come quelli che stiamo vivendo, un povero paguro è la “messa a terra” ideale.

Poveri Bernardo!

Molti di essi hanno l’impressione di essere come dei parafulmini, utilizzati dagli altri per scaricare l’aggressività in eccesso.

In che modo, dunque, mettersi al riparo?

Beh, il guscio più solido è quello dell’autostima, ma ha bisogno di molto tempo per essere costruito, ha bisogno di un materiale specifico, assai difficile da trovare per chi ha un ventre troppo molle: l’amore per se stessi.

Il processo di costruzione richiede tempo, pazienza e costanza. Solo così si può smettere di avere timore di essere feriti o colpiti a morte.

Dotarsi di un guscio resistente non significa isolarsi dalla vita, ma saper resistere agli urti, opporre la forza della resistenza, alla prepotenza del predatore.

La saggezza del paguro: un punto di riferimento!

 

 

 

 

 

Il pensiero di essere inadeguati è una tenaglia che ci blocca

cropped-img_6172.jpg

Pochi giorni fa, su D, il periodico de “La Repubblica”, la giornalista Claudia de Lillo, meglio nota come Elasti, raccontava della sua annosa lotta contro il senso di inadeguatezza.

Descriveva questo suo stato d’animo, ricorrendo all’immagine di un righello immaginario, piantato in alto sul muro, troppo in alto, irraggiungibile per la sua fragile autostima: quel righello è dunque, anche per noi, la metafora delle aspettative irraggiungibili, delle mete troppo elevate da toccare e capaci di deprimere l’autostima, in particolare delle donne, che conoscono più di tutti gli altri le insidie dei righelli posizionati – magari da loro stesse – troppo in alto.

Eppure – nel caso di de Lillo – stiamo parlando di una giornalista affermata, madre di tre figli, che sembrano anche venuti su bene, stando a ciò che lei stessa racconta da anni nella sua rubrica settimanale su D.

Evidentemente tutto questo può non essere sufficiente.

Sentirsi inadeguati sembra essere uno stato d’animo diffuso in modo trasversale, una condizione mentale quasi democratica, perché, in realtà pare distribuito in modo omogeneo in ogni strato sociale, anche in quelli elevati, là dove la sua presenza sembrerebbe ingiustificata agli occhi dei profani.

Si tratta comunque di uno stato d’animo pericoloso, penalizzante e paralizzante: in primo luogo perché impedisce di progredire, poi perché non ci consente una valutazione serena ed equilibrata di ciò che facciamo o che tentiamo di fare.

Ci sentiamo come Sisifo, sempre in lotta con quel masso che non ne vuole sapere di arrivare oltre la cima della montagna.

Niente di ciò che facciamo si rivela, appunto, all’altezza, ogni sforzo per progredire appare vano, essendo il punto di arrivo non tangibile, come nel caso del righello di cui ci parla de Lillo.

In effetti, essere perseguitati dall’idea di non essere adeguati crea molti problemi e – ciò che è peggio- ne crea a cascata: le persone che ci circondano alla fine si persuadono che sì, forse abbiamo ragione noi; siamo effettivamente inadeguati!

A quel punto entriamo nel gorgo delle profezie autoavveranti, per non uscirne mai più.

L’inadeguatezza sarà la categoria che ci farà compagnia, che ci terrà prigionieri da quel momento in poi.

Oltre a ciò, questa inclinazione farà sì che l’atteggiamento ipercritico verso tutto ciò che facciamo venga trasmesso da noi anche ai nostri figli, che, come spugne, assorbiranno l’idea che risulta impossibile essere adeguati alle aspettative che ci poniamo.

Uscire da questo labirinto è molto difficile.

A volte ci vuole tutta una vita e la vittoria è molto fragile, spesso effimera, perché rischiamo continuamente di ricadere in quello spiacevole stato d’animo.

Chi avrebbe potuto rafforzare la nostra autostima non lo ha fatto a sufficienza a suo tempo e, quando entriamo nella maturità, magari non può più porre rimedio al guaio, per tutta una serie di motivi.

È tardi?

A quel punto abbiamo di certo davanti a noi un percorso piuttosto impervio, fatto di piccoli passi e, a volte di soste prolungate.

In taluni casi diventa impossibile procedere senza l’aiuto di un terapeuta, capace di consolidare le basi di una personalità che non riesce a credere in se stessa. Questo può comportare un percorso di ricostruzione faticoso e doloroso, ma quasi sempre tali fatiche sono ricompensate dalla presenza di occhi nuovi con cui guardare il mondo.

Un mondo che – magari – presenterà colori e sfumature fino ad allora insospettabili ed inaspettati.

Ne vale di certo la pena.

 

 

La rabbia

483bdcba-853c-482b-82eb-0209724d7752-357-00000037aa30009a_tmp

La rivista Internazionale di questa settimana ha pubblicato un lungo ed interessante articolo del Guardian, a firma di Pankaj Mishra, che ha analizzato un fenomeno che, partito con una diffusione locale, ormai si è esteso a livello globale: la rabbia.

Secondo il giornalista fino a qualche tempo eravamo abituati a pensare alle masse percorse da pulsioni incontrollabili di rabbia, come ad entità isolate e circoscritte, ponendo la loro collocazione nelle aree del mondo più depresse, dal punto di vista politico ed economico.

La spiegazione di tale rabbia, per noi occidentali, fino alla crisi del 2007,  avveniva tramite l’uso di categorie politiche “standard”,  utilizzate quasi con pigrizia dagli intellettuali, già a partire dall’inizio del Novecento,: progressisti, conservatori, buoni, cattivi, eccetera.

Da qualche anno a questa parte,  queste stesse categorie, invece,  si rivelano inutili per spiegare la diffusione della rabbia ormai a livello globale, compresa la parte occidentale, illuminista e razionale del mondo.

Questa rabbia inaspettata trova una sua evidente esplicitazione nell’affermarsi, a livello politico, del populismo,  dell’uomo forte che propone soluzioni semplici a problemi complessi.

Dall’articolo del Guardian emerge una convinzione forte: dalla caduta del Muro di Berlino fino al 2007 , ci si era convinti che, con la fine delle ideologie, il capitalismo avrebbe assicurato ad ognuno la sua fetta di benessere e che tutto – ma proprio tutto – avrebbe trovato una collocazione positiva.

“Arricchiamoci tutti e non se ne parli più!”

Sappiamo bene che non è andata così: la crisi economica che ci sta tormentando da anni ha non solo distrutto entrambe le ideologie che affondavano le loro radici su una incondizionata fiducia nel futuro, comunismo e capitalismo, ma ha anche acuito le distanze tra ricchi e poveri, fino a renderle incommensurabili.

Ha messo il capitalismo di fronte alle sue stesse contraddizioni. E da lì non è ancora uscito.

Oltre alla crescita delle disuguaglianze secondo una progressione geometrica, si è capillarmente affermata nell’opinione pubblica, dopo il momento delle sconforto, la rabbia.

La rabbia degli sconfitti. Pericolosissima, perché, secondo l’analisi del Guardian, va a scagliarsi contro i pilastri del sistema democratico. Si dirige contro la “casta”.

Si prova rabbia verso chi è percepito come più ricco, privilegiato e, dunque, usurpatore di un diritto mancato. Il mio diritto di diventare ricco.

“Mi avevate promesso la felicità, non è andata così!”

Il fatto che l’ascensore sociale si sia bloccato, ha fatto sì che uno dei veicoli veloci per la diffusione della rabbia fosse l’invidia verso coloro che, invece, ce l’hanno fatta.

Che fare?

Questa è la domanda davanti alla quale tutti – tutti – gli economisti sembrano arenarsi. Le analisi sono impeccabili. Le soluzioni, latitano.

Le categorie, finora utilizzate per spiegare i fenomeni interni alle società occidentali, si sono improvvisamente rivelate insufficienti, inadeguate.

La nostra sembrava una società che forniva a tutti gli strumenti per avanzare, ma questa si è rivelata una convinzione fallace: non solo non siamo avanzati di un solo millimetro, ma, recentemente, c’è stato un arretramento generalizzato, aggravato dal fatto che il capitalismo selvaggio ha nel frattempo allentato tutti i legami forti delle comunità ed ha accresciuto il senso di isolamento e di solitudine degli individui, andando a stimolare il senso di rabbia che ciascuno di noi ha provato negli ultimi anni, pur senza provare il bisogno di renderla “politica”.

Abbiamo tutti sofferto, ma tutti nella nostra monade.

Forse per questo abbiamo così spesso proiettato le nostre ansie, i nostri desideri di rivincita su qualcuno che se ne facesse portavoce, ma senza il faticoso processo che l’analisi politica richiede.

Niente proteste di massa.

Bastava cercare sui mass media qualcuno che si affermasse al posto nostro, non come un politico vecchia maniera, ma come un giustiziere. Poco importa se questo giustiziere fosse poi un miliardario-giustiziere, un lupo travestito da agnello.

Ci serviva l’uomo forte. Vincente. Arrogante quanto basta.

Questo spiegherebbe in buona parte l’attrazione che sembriamo provare oggi verso i decisionisti, quelli che propongono tagli netti, misure eclatanti, buone ad imprimersi nella memoria a breve termine,  da cui ormai sembriamo essere caratterizzati.

Non più lunghe analisi politiche, ma impressioni di analisi.

Fugaci pensieri, slogan, buoni ad incanalare la rabbia della gente verso l’obiettivo: ottenere la delega politica.

La democrazia è una cosa diversa, ma lo abbiamo dimenticato.

 

In un mondo che urla sempre più, io preferisco comunque la gentilezza

img_6204

Nel rispondere ad una lettera indirizzata alla Rubrica delle lettere dell’ultimo numero de “Il venerdì ” di Repubblica, Michele Serra concludeva con una esortazione alla gentilezza generalizzata.

Auspicava – per quanto possa apparire contraddittorio- una sorta di imposizione della gentilezza, soprattutto a chi non sembra voler avere a che fare con lei.

Non si può che concordare con Serra. Ormai la gentilezza è merce rara, roba per intenditori.

Ogni giorno ognuno di noi può vedere come essa sia ormai più simile ad una creatura fantastica, (come l’unicorno, di cui si favoleggia, ma che non esiste), che ad un’entità concreta capace di permeare la nostra vita.

È comunque certa una cosa: essa è capace di migliorare la nostra vita.

In uno dei primi post di questo blog mettevo in evidenza come, soprattutto nei luoghi della nostra quotidianità, sia scomparso il saluto del mattino – il “buongiorno” -quello che, nei posti di lavoro, dà la misura dell’importanza accordata alle regole della convivenza civile e alla consistenza delle persone, in quanto “persone”.

E che riconosce all’altro l’importanza di essere persona degna di saluto.

Se ci si arrampica nella montagna di minuti che costituiscono una giornata, si arriva a computare – quasi fosse una statistica – la pressoché totale scomparsa della gentilezza.

Non è sparita del tutto: compare, ma a macchia di leopardo. Compare, ma, quando lo fa, risulta talmente inusuale, che ci giriamo stupiti a guardare la persona che ci ha dato la precedenza in una strettoia o ci ha sorriso, prima di cederci il suo posto nella fila, magari perché ha notato che andiamo molto di fretta.

Non è più questo, ciò a cui siamo abituati.

Al supermercato si sbuffa persino se si deve la precedenza ad una donna in palese attesa di un bambino. L’altro giorno a me è capitato che una signora, ferma ad attendere il suo turno in una fila parallela alla mia, quando è stato il mio turno, è saltata dalla sua fila alla mia, ha preso il mio posto senza tanti complimenti: “perché sono arrivata prima che arrivasse Lei!” – ha risposto, senza tanti complimenti alle mie rimostranze, per giustificare questo modo di fare sgarbato e, soprattutto, maleducato.

Forse ci sembra che la gentilezza, che è anche rispetto delle regole, in questo universo dove trova posto solo chi grida più forte degli altri, sia troppo agée, troppo fuori moda.

Bisogna mostrarsi muscolosi e prevaricatori, per potersi definire “arrivati”.

Quelli che usano parole, o espressioni, come: “Grazie”, “Mi scusi per il disturbo!”, che chiedono : “Permesso?”, prima di entrare da qualche parte, quelli che si alzano per cedere il posto sull’autobus, o si fermano prima delle strisce di attraversamento di una strada, sono degli anacronismi ambulanti.

Tutti stupidi, tutti ammalati di gentilezza. Malattia decadente e assai poco smart.

Temo che – però – sarà necessario proprio ripartire da qui. So bene che i problemi rilevanti e pressanti sono ben altri, so bene che il mondo sta andando – e nemmeno tanto allegramente – in un’altra direzione. So bene che ottiene più visibilità chi più grida.

Ma – da bastian contrario quale sono sempre stata- preferisco fare rumore con la gentilezza, piuttosto che con la prevaricazione.

Essere gentili rende migliore la giornata, di conseguenza la vita. Forse ammorbidire in una cosa somigliante al sorriso l’espressione che ci caratterizza troppo spesso, renderebbe meno tesa la vita di tutti.

Pensiamoci.

È una scelta legata alla qualità della vita, anche di egoismo, perché scegliamo in primo luogo una cosa che ci dà benessere, un benessere individuale che, a cascata, diviene anche collettivo.

Di sicuro.

 

L’unica rivoluzione possibile

970c89b2-86a7-48ae-be02-34a8f52edd8a-4130-000004dc41ab6e08_tmp

In uno dei capitoli centrali del libro “La fine è il mio inizio”, Tiziano Terzani parla al figlio Folco delle tante rivoluzioni che ha avuto modo di conoscere nella sua vita: a Cuba, in Cina, in Vietnam, in Cambogia.

“E da qui il mio passo verso l’unica rivoluzione che serve, quella dentro di te. Le altre le vedi. Le altre si ripetono, si ripetono in maniera costante, perché al fondo c’è la natura dell’uomo. E se se l’uomo non cambia, se l’uomo non fa questo salto di qualità, se l’uomo non rinuncia alla violenza, al dominio della materia, al profitto, all’interesse, tutto si ripete, si ripete, si ripete.”

Se, da un lato, questa riflessione sposta tutto verso una dimensione individuale e, dunque, sembra portare gli individui ad enfatizzare l’isolamento ed il solipsismo, dall’altro, forse, proprio partendo da qui, possiamo tentare di risollevare i destini di una cultura occidentale in piena crisi.

Condivido in pieno l’analisi che Terzani fa, relativamente al fallimento “in toto” delle rivoluzioni su base marxista, che hanno attraversato il Novecento. Nessuna ha portato alla nascita dell’uomo nuovo tanto auspicato.

Tutte, anzi – quale più, quale meno – hanno contribuito ad abbassare il livello di libertà e di dignità dell’essere umano. Questo forse perché non si può affidare ad uno stato centralizzato la realizzazione della libertà individuale.  Finora è stato proprio questo il punto dolente: la compressione della libertà individuale, che non ha portato al miglioramento delle condizioni nemmeno a livello collettivo. In molti di quei Paesi, addirittura, alla fine si è imposto un ibrido mostruoso: un capitalismo pseudo-comunista.

“Allora sarebbe stato meglio lasciar fare agli altri, ai capitalisti, almeno lo sapevano fare bene, perché avevano alle spalle una maggiore esperienza!.”- questa, all’incirca la conclusione di Terzani, alla fine della lunga chiacchierata con Folco.

Certo, Terzani non era né un politologo, né un economista, era un grandissimo giornalista, appassionato sostenitore delle rivoluzioni, deluso dalla loro involuzione,  ma non possiamo dare torto all’analisi livida che fa, soprattutto se affianchiamo le sue parole agli articoli ed ai libri scritti da Joseph Stiglitz, a proposito della crisi economica che ci ha travolto in questi ultimi anni e delle responsabilità del capitalismo “selvaggio” rispetto agli sviluppi che sono sotto gli occhi di tutti.

L’altro estremo del problema che ci tormenta, è infatti rappresentato da una lettura della politica e dell’economia , quella del capitalismo, che, apparentemente, sembra dare grandissima importanza all’individuo, ma che, anche in questo caso – tranne pochissime eccezioni -,  arriva a deprimere la sua dignità fini ai livelli raggiunti oggi: ci troviamo di fronte ad uno scenario, all’interno del quale i diritti collettivi ed individuali sono stati enormemente compressi, per fare posto alla faccia più oscena che il capitalismo potesse mostrarci: quella della separazione degli individui l’uno dall’altro, in modo tale che si possa agire pesantemente su ognuno è dunque su tutti, senza che ne derivi mai una sollevazione popolare. Siamo terrorizzati da ciò che ci potrebbe accadere, dalla perdita del lavoro o della casa.

In poche parole: siamo isolati nel nostro bozzolo.

Credo, però, che proprio questo isolamento “forzato” dovrebbe spingerci al movimento contrario: a trovare, cioè, le risorse e le ragioni per un percorso opposto.

È come se questa crisi – oltre ad aver devastato le nostre esistenze – ci fornisse l’occasione di resettarci.

Non ho risposte risolutive da dare, in proposito.

Le sto cercando, invece. Anche come docente che ha il dovere di trovare, cercandole, risposte per i ragazzi che stanno dietro i loro banchi, in attesa del futuro, della loro vita.

Abbiamo il dovere di cercare. Dobbiamo fare qualcosa, partendo appunto da noi stessi.

Il problema che sto cercando di analizzare da mesi e mesi è: “come si può resistere al sistema vigente e cambiarlo in modo profondo senza ricorrere alla violenza?”

È ovvio – secondo me – che la risposta a questa domanda da mille punti deve per forza partire dalla riflessione che ho posto all’inizio.

La rivoluzione deve partire in primo luogo da noi. Deve attraversare il deserto educativo che caratterizza l’oggi e tutti quanti, tutti, dobbiamo essere coinvolti.

Anche solo per istinto di sopravvivenza, per non essere sopraffatti da un sistema di cui non vogliamo più essere semplici ingranaggi, sostituibili, per giunta.

 

 

 

 

Sembra semplice amarsi

img_0405

In tempi di egoismo imperante, quali sono quelli che stiamo vivendo, amare se stessi sembrerebbe essere la cosa più facile del mondo.

Cosa c’è di più facile?

Come valido supporto, poi, si potrebbe fare appello ad uno di quai manuali di auto-aiuto che tanto vanno di moda oggi: “Amare se stessi in quattro facili mosse”.

Amarsi sembrerebbe dunque la cosa maggiormente a portata di mano del mondo.

In realtà, assistiamo al fenomeno esattamente contrario: è sotto gli occhi di tutti che avere amore per se stessi non è affatto facile, anzi: tendiamo troppo spesso a “svenderci” alla prima persona che ci dimostra, non dico amore, ma anche solo una parvenza di interesse.

Questo perché in realtà l’amore di sé, quello vero e sano, richiederebbe una pratica lunga, la sola che consente di possedere la capacità di intuire da subito, e tagliare di conseguenza, i rapporti nocivi, dannosi, inutili.

L’amore di sé, oltre a richiedere una pratica lunga, avrebbe bisogno di una forte solidità di base nella personalità dell’individuo, perché sono le cicatrici che vengono da lontano a renderci delle fragili vittime, potenziali e reali.

Questo spiega perché oggi i masochisti sono la maggioranza, rispetto alle persone equilibrate, capaci di amare e farsi amare: quasi nessuno di noi è “esente da pecche” interiori.

Amare amarique: di optimum, si potrebbe dire. L’ovvietà più assoluta. Amare ed essere corrisposti, la cosa migliore.

Invece troppo spesso ci ritroviamo a stare malissimo, perché qualcuno ci fa del male, diventiamo vittime del cattivo di turno.

E restiamo prigionieri di un meccanismo perverso, che si autoalimenta. Ci piace essere vittime?

Si sa per certo che è laddove ci sia una vittima consenziente che prospera anche un carnefice: l’uno non potrebbe esistere senza l’altra, perché insieme fanno “sistema”, si completano.

Se non blocchiamo in noi questo meccanismo, servirà a poco cambiare compagno o compagna: tenderemo a reiterare “quel” comportamento.

Non so dire se in altre epoche, in particolare negli ultimi decenni, l’amore di sé sia stato di una qualità significativamente migliore, rispetto ad oggi.

Oggi percepiamo maggiormente la difficoltà nell’instaurare rapporti affettivi di qualità.

Da qualche anno a questa parte la vita ci spaventa così tanto che crediamo inutile cercare, a livello affettivo, situazioni realmente benefiche per noi.

Più spesso siamo terrorizzati dalla solitudine e questo terrore ci porta a commettere molti errori. Compreso quello di accontentarci della prima persona che incontriamo, che, a sua volta, è carica di un fardello di paure uguale e contrario al nostro.

Ed eccoci lì, come Sisifo.

Non sarà necessario giungere a dire, con gli antichi, “beata solitudo, sola beatitudo”, ma di certo gli orizzonti così angusti che abbiamo intorno oggi, ci imporrebbero di coltivare – e bene – uno dei pochi beni che ci sono rimasti da godere: noi stessi.

Lo dovremmo sapere, ma spesso facciamo finta che non sia così: meglio una “zona di rispetto” serena, piuttosto che vivere in un luogo gravato da tensioni che avvelenano soltanto la nostra vita.

E non si tratta di una filosofia “alla Catalano”: il fatto è che proprio quello, in realtà, sarebbe da considerare l’optimum.